Il Vigneto custodisce un patrimonio unico:
due cantine scavate nella roccia.

Questi grandi blocchi di tufo verde sono il risultato delle eruzioni che, circa 150.000 anni fa, sollevarono l’isola dal mare. Se ne trovano diversi su tutto il versante occidentale: alcuni giunsero fino allo specchio d’acqua antistante la spiaggia di Citara, altri si fermarono più in alto, dove oggi si estende il bosco della Falanga.
Molti di questi blocchi, noti come case di pietra, sono esempi unici di architettura rurale scavata nel tufo e spesso associati a palmenti rupestri.


Una storia antica

Un tempo venivano utilizzati come rifugi, ricoveri per attrezzi o cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Queste strutture, essenziali e funzionali, testimoniano la storia dei contadini ischitani, che le utilizzavano per periodi prolungati lontano da casa, soprattutto durante la vendemmia.
Le due cantine dell’azienda agricola Fiorola sono esemplari vivi delle case di pietra del bosco della Falanga.

Nella parte alta del vigneto si trova la cantina più antica, che conserva un raro palmento rupestre a tre vasche: una vasca superiore, in cui veniva scaricata l’uva per la pigiatura, e due vasche inferiori, probabilmente utilizzate per separare il vino bianco da quello rosso.
Il mosto, filtrato attraverso una pietra più dura chiamata dolce, veniva poi trasferito nel torchio e successivamente in enormi botti.
L’ingresso della cantina è stato modellato per far sì che queste botti potessero passarvi.

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Il palmento è stato usato fino agli anni ’80.
Nei racconti di zio Vincenzo, un reduce di guerra che ha curato la sua vigna fino ai novant’anni, nella cantina non c’era il torchio, ma erano presenti i legni e le corde sospesi al soffitto, usati per muovere la pietretorcia.
La pietretorcia, un masso tufaceo con fori, veniva utilizzata come contrappeso nel torchio, per estrarre quanto più mosto possibile.
Oggi è il simbolo di una lavorazione antica ormai scomparsa.

Chi siamo


Una quarta vasca, presente nella cantina, aveva invece una funzione completamente diversa: raccoglieva l’acqua piovana, convogliata tramite piccoli rivoli o zenchature intagliate nella parte superiore della pietra.
Quell’acqua era tutto ciò che i contadini avevano a disposizione, e doveva essere suddivisa con grande attenzione fra sé e le piante.
Questa cantina testimonia un’agricoltura eroica, anche per la mancanza di acqua.
La presenza di vasche per la raccolta dell’acqua piovana, canalette e scale scolpite all’esterno della pietra è un elemento comune a tutte le case di pietra del bosco della Falanga.

Non è possibile attribuire una datazione precisa alle cantine e alle case di pietra, per la mancanza di reperti e di scavi stratigrafici.
Di certo, i primi a produrre vino a Ischia furono i Greci, insediatisi sulla costa, a Lacco Ameno e a Forio, nella zona di Punta Chiarito.

Nel tempo la produzione di vino è divenuta la base dell’economia isolana e, con l’aumento demografico, i vigneti si spinsero su per l’Epomeo, fin quasi alla cima, grazie ai terrazzamenti sorretti dalle parracine. La presenza di molti palmenti rupestri suggerisce che questi rifugi servissero soprattutto durante la vendemmia.

Probabilmente quindi l’origine delle case di pietra risale al XVI secolo, quando le frequenti incursioni dei pirati saraceni costringevano la popolazione a nascondersi.
Mentre gli abitanti del centro di Forio disperdevano gli assalitori fuggendo tra i dedali di stradine — strette e tortuose come labirinti — e li attaccavano dall’alto delle numerose torri,
gli abitanti delle campagne si rifugiavano nel bosco della Falanga e controllavano il porto dal sagrato della chiesa di Santa Maria al Monte costruita in quel secolo.
La cantina inferiore è sicuramente più recente.
La produzione del vino si è spostata lì probabilmente all’inizio degli anni ’80, quando fu costruita una strada carrabile vicino alla chiesa di Santa Maria al Monte, rendendo più comoda questa cantina, prossima alla strada.
Tuttavia, la presenza delle canalette e della vasca per la raccolta dell’acqua piovana la collega idealmente alle case di pietra.
All’esterno della cantina si trova un quadro raffigurante la Madonna, copia di quello cinquecentesco conservato nella chiesa di Santa Maria al Monte.
Oggi, questo luogo non è solo memoria, ma testimonianza viva di una cultura contadina che ha saputo dialogare con la natura e scolpire la propria identità nella pietra.